Politica

Storie vibonesi, tra politica, beni archeologici e… avvoltoi

L’inatteso, improvviso, sorprendente interesse per i beni archeologici del territorio. Cui prodest?

Come in un romanzo storico, la scena d’apertura appare emblematica e inquietante. Avvoltoi volano bassi intorno alle mura del Castello. Il vecchio maniero, simbolo della città, è da tempo giusto custode dell’antica storia di questi territori, che dalla greca Hipponion si dipana verso la romana Valentia passando per Monteleone prima di tornare alla realtà odierna. Il fascino del Castello-Museo attira come sempre, ma, nato per difendere la città e difendersi dagli assalti nemici, anche adesso è pronto a respingere assalti famelici e blitz improvvisi.

Il Museo Archeologico Statale Vito Capialbi è una meta importante per chi ama la storia e la vuole raccontata attraverso le testimonianze, quei beni di straordinaria bellezza che fanno da corona ad una messe di reperti che mostrano l’incanto di un passato seducente.

Accade sempre così, con i soliti alti e bassi che contraddistinguono la storia. Per decenni vengono dimenticati, poi d’improvviso tornano al centro di interessi precipitosi di quanti sono presi dalla smania di riscoprire le radici e con esse proprio quei beni, quelle ricchezze che la storia ha consegnato al territorio vibonese per custodirle e farle ammirare, non certo per nasconderle.

Ed allora, ci si arrovella, ci si chiede se le sale del Castello siano sufficienti, se altro si può fare, se altro si può localizzare. Ed è questo rinnovato arrovellarsi che richiama gli avvoltoi che tornano a roteare intorno al Castello.

Sarà per questo, certamente per tutelare e difendere il Castello da attacchi interessati, che si è consumato un inatteso blitz dei 5 stelle tra i beni archeologici di Vibo Valentia.

L’iniziativa è stata del parlamentare vibonese Riccardo Tucci, che ha pensato di recuperare una vecchia idea della collega pentastellata Maria Laura Orrico, al tempo in cui era sottosegretaria ai Beni Culturali. E così, utilizzando la piattaforma Zoom, ha chiamato a consulto Filippo Demma, Dirigente generale del Polo Museale della Calabria, e Salvatore Patamia, segretario regionale del Ministero della Cultura, per sondare le loro competenze in ordine all’idea di distribuire questi beni archeologici lungo i tanti palazzi storici che possiede la città.

Certo, sarebbe stato più “carino” se a questo suo personale sondaggio l’onorevole avesse invitato anche i diretti interessati – come dire? – le padrone di casa: Maria Limardo, il sindaco della città, che dunque è la proprietaria dei palazzi in questione; e Adele Bonofiglio, che è la direttrice del Museo Archeologico Statale di Vibo Valentia.

Ma tant’è, questo non è stato ritenuto necessario e così il confronto si è sviluppato lungo questa idea di riaprire nobili palazzi temporaneamente chiusi per provare a dare spazio e visibilità a questi beni trascurati. Intento meritorio e nobile, perché non ci sono dubbi sul fatto che lo scopo di questo incontro, sia pure virtuale per restrizioni da covid, sia stato dettato dalla volontà del parlamentare vibonese pentastellato di valorizzare il patrimonio per toglierlo dalle fameliche grinfie di chi potrebbe essere spinto da interessi e bramosie non del tutto chiare, pensando di “mangiare” con la cultura.

Ed allora, nel corso di questa chiacchierata via streaming sono state lanciate alcune proposte “interessanti”: perché non utilizzare il vecchio Convento dei Gesuiti (ma lì non c’è l’ambizioso progetto del Comune di farne la prestigiosa sede del Conservatorio di Musica?); oppure l’antico Conservatorio delle orfanelle (ma lì non è stata assegnata la sede dei Carabinieri con tanto di Museo dell’Arma?); oppure, Palazzo Gagliardi (ancora? Ancora Palazzo Gagliardi? Ma è un’ossessione: tutti vogliono questo Palazzo, tutti vogliono dargli una destinazione alternativa. Sempre e solo Palazzo Gagliardi, ma… lì, proprio lì, quel Palazzo Gagliardi non fu un tempo già sede del Museo e da lì fu poi spostato perché giudicato non idoneo a sede museale?); addirittura, il Castello di Bivona (il Castello di Bivona? Ma lo sanno che quello splendido castello non ha sale al chiuso? I reperti dove e come sarebbero custoditi?).

Da quel che è dato sapere, i due alti funzionari hanno ascoltato in rispettoso silenzio.

Intanto, però, qualche interrogativo ce lo poniamo noi.

Perché questa impellente frenesia si trovare nuova allocazione ai reperti storico-archeologici della città? Sarebbe politicamente più interessante se l’on. Tucci indagasse i motivi che hanno portato alla perdita di un finanziamento da 2 (dicasi due) milioni di euro per lavori di adeguamento sismico dell’attuale sede del Museo; perché, in base a quanto si dice tra i bene informati, pare sia già andato perduto… irrimediabilmente? E per quale motivo?

Un altro piccolo dubbio: perché cercare altri luoghi e altri palazzi, quando un luogo ed un palazzo è stato già individuato?

Si racconta, infatti, che circa due anni fa, i funzionari del tempo avessero già effettuato i sopralluoghi e quindi approvato il progetto di realizzare una sorta di “dependance” del Museo Archeologico Statale presso i locali a piano terra di Palazzo Santa Chiara, andando così a convivere con il ben noto e prestigioso Sistema Bibliotecario Territoriale. Si dice ancora che questo progetto, avendo ricevuto il benestare degli uffici competenti, sia stato approvato e sovvenzionato attraverso un finanziamento di circa 300mila euro inserito nel più ampio progetto del Polo Museale Hipponion-Valentia utilizzando il POR-FESR 2013/2017. Questo finanziamento – si racconta – è stato consegnato al Comune di Vibo Valentia, che ha provveduto a realizzare i lavori necessari alla fruibilità di quei locali come sale museali; di più, si dice anche che fosse stato già stabilito cosa farne: la sede dei reperti di epoca romana. E parte di questi reperti sarebbero già depositati all’interno di Palazzo Santa Chiara.

E allora, perché questa “dependance” del Museo non è ancora attiva? I reperti destinati a questa parte di Museo dove sono conservati? E perché ancora non si apre?

Quindi, perché cercare altro quando quello che già è stato indicato e finanziato non è operativo?

Infine, un’ultima notazione. Si dice che il Museo di Vibo Valentia, la cui direttrice si distingue non solo per passione e competenza, ma anche per operatività pur nelle immani difficoltà che è costretta ad affrontare, abbia già elaborato un progetto di digitalizzazione dei reperti nella disponibilità del Museo con l’intento di dare spazio e visibilità a questi importanti oggetti evitando spostamenti inutili, visto che il materiale in possesso, pur di rilievo, non sarebbe tale da consentire l’apertura di un’altra sede del Polo museale. Come dire? Un’idea concreta e pratica per allontanare gli immancabili avvoltoi attirati da una gestione interessata dei beni culturali.

Appunto… attenzione agli avvoltoi.