Opinioni

L’appello di don Fiorillo a non assumere comportamenti che mettano in esilio Gesù

Le riflessioni sul Vangelo della domenica. Tanti spunti per meditare e vivere il nostro quotidiano nella fede

Carissime/i,
il vangelo di questa quattordicesima domenica del tempo ordinario (Marco 6,1-6) ci presenta Gesù che, dopo aver percorso strade e villaggi della Palestina, sente la nostalgia del suo paese: Nazareth. Desidera rivedere le piccole piazze, dove da bambino ha giocato con altri bambini; bere alla fontana dove ,con la brocca, attingeva l’acqua da portare a casa ;sentire l’odore del legno nella bottega dove da Giuseppe ha appreso il mestiere del carpentiere.
Gli esegeti sostengono che Gesù, nei tre anni di vita pubblica, è venuto a Nazareth per ben tre volte.
La prima volta incontra stupore ed ammirazione da parte dei suoi paesani.
La seconda volta trova tanta diffidenza: “non è forse costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Giuseppe, di Giuda e Simone? E le sue sorelle non sono qui tra noi? Ed erano scandalizzati a causa di Lui”.
La terza volta c’è un’esplosione di furore: lo cacciano dalla Sinagoga, lo conducono fuori sul ciglio della collina per buttarlo giù…ma Lui, passando in mezzo a loro, se ne andò…e non tornerà più nella sua patria.
I Nazaretani non accettano Gesù, un rabbi senza titoli, con quelle mani con i calli del mestiere, mani che devono – secondo loro -produrre panche, sedie, porte, finestre per la comunità e non per creare miracoli con l’imposizione di quelle stesse mani.
Non accettano questo rabbi che presenta un Dio “vicino” che entra nella vita ordinaria, un “Dio di casa “che racconta l’amore con parabole che sanno di terra, di chicchi di grano, di fico in fiore, di un figlio che parte, dilapida tutto, ritorna povero e lacero ed è abbracciato dal vecchio padre, di una pecora che si perde, viene cercata per monti e valli e, trovata, si fa festa, di un samaritano che scende dalla sua cavalcatura per soccorrere un uomo incappato nei briganti che, dopo averlo derubato, lo massacrano lasciandolo insanguinato sulla strada che da Gerusalemme scende verso Gerico.
Noi cristiani del ventunesimo secolo censuriamo la condotta dei paesani di Gesù e facciamo bene! Ma la festa dura poco, perché anche noi siamo colpevoli quanto loro, se non di più.
Anche noi cacciamo il Cristo dalle nostre istituzioni, dai nostri linguaggi, dalle nostre storie esistenziali.
Lo cacciamo quando non lo riconosciamo nel volto:

  • del povero che tende la mano all’uscita della nostra chiesa o del supermercato;
  • del barbone che alloggia sotto i ponti, perché non c’è posto per lui nelle nostre case vuote;
  • del disoccupato in cerca di un lavoro per avere una dignità per sé e la propria famiglia;
  • del giovane che, pur bussando a cento porte, resta fuori, perché nessuno gli apre;
  • dello straniero che, per un piatto di lenticchie, consuma la sua giovinezza nei nostri campi, coltivati a pomodori o a patate o ad agrumi.

Non lo riconosciamo e, così, Lui, Gesù, resta in esilio, fuori casa.