Opinioni

La grande questione irrisolta della politica attuale e la “chiamata dei riservisti”

Riflessioni a margine di una nuova stagione politica che sta per iniziare

Sarà un’estate calda. Non solo per questioni atmosferiche. Fibrillazioni agiteranno il solleone della politica che, con il sopraggiungere dell’autunno è chiamata a prova elettorali particolarmente impegnative: il rinnovo dei sindaci delle principali città italiane, con in testa la Capitale assoluta, Roma, ma anche con altre storiche capitali (Napoli, Torino, Milano) chiamate alle urne; e la Calabria intera convocata per eleggere il nuovo Consiglio regionale ed il Presidente.

Fremono partiti e movimenti, quelli tradizionali e corposi e quelli più piccoli ma battaglieri. E si nota un ritorno al passato sul quale ragionare. Come i “riservisti” di memoria americana, reduci più o meno eroici di passate guerre ormai a riposo, che vengono richiamati per affrontare nuove battaglie e dare con la loro esperienza vigore a giovani combattenti timidi ed inesperti, ecco il ritorno di nomi che sembravano ormai dimenticati. Si annuncia la costituzione di derivati regionali dei vari gruppi che leader nazionali vanno costituendo, soprattutto nell’area di centrodestra con i vari Toti, Lupi, Tosi e via elencando…

Si diceva: è bene ragionare sui motivi di questi nostalgici ritorni. Porsi il problema e farsi la domanda delle domande. Perché? Perché accade? Cosa significa risentire nomi come Bevilacqua, Censore, Ranieli, Galati, Mancini ed altri, altri ancora?!

È il drammatico risultato della grande questione irrisolta dell’attuale politica, a destra come a sinistra: la selezione della classe dirigente.

Dopo anni in cui il principale requisito di valutazione è stata la mediocrità, in cui parlamentari, consiglieri regionali, sindaci, finanche semplici consiglieri del più piccolo comune, sono stati selezionati all’incontrario, non più giovani promettenti con una gavetta di partito alle spalle, ma la presunta fedeltà al capo, non più il talento ma l’accondiscendenza preferibilmente acritica alle decisioni prese dall’alto, i partiti si ritrovano clamorosamente a corto di personalità credibili, di figure dotate di un minimo di radicamento popolare. E dalla società civile si esita farsi avanti: professionisti, imprenditori, manager, professori, tutti accomunati dal timore di essere risucchiati in un pericoloso vortice quando non addirittura correre il rischio di finire in galera o come minimo sotto inchiesta alla prima firma posta in un qualsiasi atto da amministratore.

Insomma, i migliori, un tempo reclutati ad onore proprio e del partito di riferimento, non vogliono più essere coinvolti, non intendono proprio fare politica. Le istituzioni non hanno più credito, non danno prestigio.

Ed il pigro ritorno autunnale alle urne non coinvolge nemmeno il cittadino medio, il cosiddetto “uomo della strada”, piuttosto alle prese con il buio del covid e le conseguenze di una malagestione che lo ha portato all’arrancare odierno. Chiedergli chi manderebbe domani per farsi rappresentare nelle istituzioni è una domanda che non desta interesse né curiosità.

Ed allora, la selezione della classe dirigente viene sostituita con la chiamata dei riservisti, con il ritorno di quei politici già responsabili per l’inettitudine del loro passato agire, dell’attuale stato di cose.

Approssimandosi l’ora della scelta, senza alternative ed ancor meno prospettive, il rischio è che si arrivi ad una selezione al ribasso, si assista allo spuntare di seconde linee prive di personalità e di spessore politico da affiancare a politici di lungo corso ripescati dal loro “meritato” riposo e che ritornano a galla con l’aria sorniona di un Mangiafuoco.