Opinioni

La bellezza salverà Vibo Valentia? Note a margine di una Capitale del Libro

Riflessioni a ruota libera pensando ad una “quotidianità semplicemente bella”

Com’è strana questa città!

Intristita, rancorosa, isterilita.

L’un contro l’altro armati, si vive tra ripicche e rivalse. Non si condivide, raggomitolati nel proprio io che girandosi su se stesso s’ingrossa a dismisura. Non si gioisce del successo di una comunità perché realizzato attraverso il lavoro dell’altro. Si scatena subito la gara a trovare il difetto per sminuirne il valore, oppure ad apporre il proprio cappello per ergersi ad eroe, deus ex machina, autoproclamandosi “salvatore della patria”, senza aspettare che il riconoscimento giunga dall’esterno.

Un “IO” straripante occupa l’intera inquadratura dell’ipotetica “foto opportunity”, che ormai è solo un patetico “selfie”, in una sorta di “vanity card” autocelebrativa.

Finanche, quella gioia – genuina, spontanea, emozionante perché sinceramente emozionata fino alla commozione – quell’entusiasmo debordante e coinvolgente del sindaco viene derubricato a estemporaneità da far storcere il naso ai benpensanti, ai malpancisti, ai lamentosi che non sanno rallegrarsi e sciorinano l’elenco di ciò che non va, di ciò che è brutto, di ciò che relega la città al punto da non potersi permettere il riscatto.

La proclamazione di “Vibo Valentia Capitale Italiana del Libro 2021”, viene così vissuta quasi con dispetto, col disagio di chi si crogiola nelle quotidiane lamentazioni elencando tutto il male possibile.

È vero, non può da solo un simile, sia pure prestigioso, riconoscimento cancellare il fatto che la fama di questa nostra nobile città sia stata da tempo oscurata da anni di trascuratezza e, in molti casi, di vero e proprio abbandono. L’incuria, l’indifferenza e, spesso, persino lo scempio che ha colpito questa città per decenni ha fatto sì che un luogo che fu incontro di culture, denso di opere di grande valore archeologico, artistico e culturale, pregnante di atmosfere mistiche e di grande valore storico, venisse presentato al mondo esclusivamente come culla di malaffare e criminalità.

È pur vero, però, che solo imboccando la strada che la cultura offre, si può realizzare il riscatto, la rinascita. E il riconoscimento conquistato – quello di Capitale Italiana del Libro – è un’occasione fantastica, unica quanto irripetibile. A patto che queste azioni siano inclusive e non esclusive, siano di comunità e non di singoli adepti, catecumeni di una cultura mainstream, affiliati a cerchi magici ritenuti i soli depositari del “verbo cultura” e, di conseguenza esclusivisti di un monopolio auto-accreditatosi, perché politically correct e per questo riconosciuto ed accolto dai salotti elitari di una rive gauche in acque vibonesi.

Viviamo in un mondo narcisista. Siamo impegnati tutto il giorno a correre, a rincorrere l’effimera notorietà di un attimo, purché corredata da numerosi like. Talmente presi da tanta autoreferenzialità che abbiamo trascurato e non siamo più in grado di sfruttare le opportunità che l’attuale potenziale di conoscenze e di progresso tecnico-scientifico pone davanti. Il nostro secolo ha cominciato ad adorare il Dio della Virtualità, ed a questo dio è stata sacrificata la bellezza.

Dipendiamo fortemente dal contesto in cui operiamo, influenzando di conseguenza ogni comportamento, accontentandoci di una “valutazione predefinita” a patto che sia in linea con il comune sentire di quella élite, la sola autorizzata a dare patenti, certificazioni di competenza, autorizzazioni a fare, progettare, realizzare.

Forse, termini come “bello” o “brutto” non hanno più senso al giorno d’oggi, proprio perché nessuno sa più, con certezza, cosa significhi bello, cos’è che provoca stupore. Com’è fatta un’emozione, a cosa spinge la curiosità. Provare l’ebbrezza di una suggestione.

Al giorno d’oggi tutto si muove in funzione dell’utilità. Nulla è mai fine a se stesso: si prega per necessità di miracoli, si stringono amicizie per necessità di appoggi, si lavora per necessità di guadagno…

Tutto è fine a qualcosa.

Il principe Miškin nell’Idiota di Dostoevskij afferma: “La bellezza salverà il mondo”. Eppure questa frase, ancora oggi citata infinite volte, ripetuta nei più diversi contesti fino a farne quasi scordare il suo proprio, nel testo originale ha una rilevanza ambigua: è quasi un’evocazione lontana, ricordo di qualcosa di non ben definito, apparentemente di poca importanza: “Una delle frasi più stupide che abbia mai sentito – ha esclamato qualche tempo fa Massimiliano Fuksas – si continua a dirlo, ma è uno dei tanti luoghi comuni che non toccano il problema”.
Perché il citarla è consolatorio ed assolutorio. Ripetere questa frase è alibi per non fare, in attesa di una “bellezza che verrà”, tutta da decodificare, da catalogare. È pretesto per giustificare la rassegnazione, l’abitudine all’inazione. Ed invece… “Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà”, scriveva un tempo Peppino Impastato, per concludere: “È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore”.

Eh già! La curiosità e lo stupore. L’emozione e il sentimento puro. Il coraggio di agire, di fare. Per un futuro senza più la necessità di eroi. Per una quotidianità semplicemente “bella”!