L'EditorialeOpinioni

Inno alla mia città. Libera… non recintata!

Amo la mia città. Soprattutto amo chi la abita. Chi la tratta come luogo dormitorio, come deposito, come luogo transitorio da cui si sogna di andarsene. Chi pontifica sulla sua storia, per lo più misconosciuta. Chi, dopo letture da bignami, si erge a conoscitore e intellettuale, chi calpesta le sue vie lamentandosi e imprecando mai sentendosi corresponsabile o quantomeno chiamato in causa come semplice cittadino. Chi chiede a squarciagola legalità e parcheggia in doppia, tripla fila. Chi inneggia all’ambiente e vuole parcheggi inquinanti e selvaggi perché è faticoso fare acquisti dopo un lungo camminare, accompagnare i figli a scuola percorrendo a piedi venti/trenta metri. Chi alza lo scudo della tradizione antica e gloriosa, della storia millenaria e gloriosa, del passato anche quello glorioso. Chi vive con lo sguardo rivolto sempre all’indietro, ai rimpianti di ciò che non sa ma dice, perché così ha sentito dai nostalgici, fosse bello e glorioso. Chi alza muri o non li abbatte, chiede recinti, ghettizza con snobismo. Che sentenzia e giudica.

Amo questa mia disamata Vibo Valentia. Rimpiango i vibonesi.

Quei vibonesi che lottarono per la libertà, ribellandosi ai Tufo ed issato l’Albero della Libertà. Quei vibonesi come Michele Morelli, primo martire del Risorgimento, Vincenzo Ammirà, cantore di libertà e per la libertà. Quei vibonesi educatori come Bucciarelli, Caparrotti, Sconda, le signorine Buccarelli, Peppuccio D’Amico, che fu sindaco.

Amo questa città che si accapiglia per un muro – non da abbattere, ma da mantenere – che chiede cancelli e recinti a difesa della gioventù. Che chiude, si chiude. Si arrocca. Rintana i suoi figli, si ingrigisce in un cupo decadente autunno dimenticato che qui nacque la Primavera, che sulle sue colline correva libera e felice con le sue ancelle Persefone e Demetra felice dispensava messe e giorni soleggiati.

Amo la Bella Vibo che fu, quella dei Gagliardi e dei Di Francia, dei Capialbi che nelle stanze del loro palazzo ai piedi del Castello ospitarono pure Giacomo Leopardi, che in dono lasciò in una pagina autografa una copia de L’Infinito.

Ecco, L’Infinito:

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,

E questa siepe, che da tanta parte

Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

Spazi di là da quella, e sovrumani 

Silenzi, e profondissima quiete

Io nel pensier mi fingo; ove per poco

Il cor non si spaura. E come il vento

Odo stormir tra queste piante, io quello

Infinito silenzio a questa voce 

Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,

E le morte stagioni, e la presente

E viva, e il suon di lei. Così tra questa

Immensità s’annega il pensier mio:

E il naufragar m’è dolce in questo mare.

Oltre la siepe c’è l’infinito nella sua misteriosa immensità. Oltre l’orizzonte vive l’universo nella sua imperscrutabile varietà. A questi novelli educatori, moderni intellettuali che pullulano la mia amata città e pontificano, giudicano, sentenziano… a loro suggerisco Leopardi: ecco il segreto dell’uomo che vuole realizzare se stesso vivendo nello spazio del tempo proiettato oltre la siepe, aldilà dell’orizzonte, oltre i muri, senza più muri!

La vera grandezza dell’uomo è collegata alla sua innata capacità di aprirsi all’infinità degli spazi cosmici e lasciarsene catturare. Questo dobbiamo insegnare ai nostri ragazzi. Arroccarsi nel proprio “piccolo mondo antico” – che più che “antico”, è “vecchio” – lì dove si trovano le inconsistenti sicurezze di una realtà che non è o non è più, può essere comodo, ma non costruttivo, mentre la storia in perpetua evoluzione non aspetta. Indichiamo ai nostri giovani il fascino imprevisto che è l’avventura della vita, liberandoli piuttosto che recintarli!