L'EditorialeOpinioni

A margine di un Consiglio comunale aperto per dire NO alla violenza e alla criminalità

Riflessioni ad alta voce affinché tutti ci si possa sentire chiamati ad un compito, ad una missione di civiltà

È stato importante, forse utile, che oggi si sia tenuto il Consiglio Comunale aperto della città di Vibo Valentia, convocato, per la ferma volontà del sindaco Maria Limardo, dopo i gravi fatti di cronaca dei giorni scorsi, che hanno fatto capire che è ancora lunga e complessa la strada da percorrere prima che il territorio sia definitivamente liberato dal giogo della criminalità.

Importante, perché tutti i sindaci del Vibonese hanno voluto farsi vedere indossando la fascia tricolore. Importante per dare un segnale alla società.

Utile nella misura in cui si comprenda, una volta per tutte, che la vera sfida per combattere la cultura mafiosa si compie dando l’esempio, praticando la legalità quotidianamente, dando priorità alla questione morale ogni giorno, agendo per dare una strada economica, sociale, soprattutto culturale alle giovani generazioni.

Perché la lotta alla criminalità organizzata non può essere confinata solo ad un’attività di polizia, all’azione della magistratura, sia pure indispensabile ed insostituibile, ma deve anche essere un fatto culturale, da attuarsi attraverso un’azione incisiva promossa da associazioni di liberi cittadini. Così può essere mantenuto alto il livello di attenzione da parte delle Istituzioni sollecitando nel contempo l’opinione pubblica a discutere e confrontarsi dinanzi alla recrudescenza di fatti delittuosi che purtroppo continuano a consumarsi.

Serve una convinta ribellione delle coscienze dell’intera società civile affinché tutti indistintamente – le istituzioni ed il mondo politico, ogni cittadino e tutte le categorie produttive- sentano il dovere di assumere un corale, unanime atteggiamento di fermezza e di sostegno a quanti – forze dell’ordine, magistratura, associazioni, amministratori – lavorano affinché la società civile non rimanga schiacciata dall’arroganza della criminalità organizzata.

C’è bisogno di far sentire forte la presenza di una linea comune capace di dare un segnale preciso, perché sia forte e deciso il rifiuto di qualunque forma di violenza.

Dunque, il primo atto è un dato culturale e sociale: dobbiamo trasformare la lotta alla ‘ndrangheta da semplice esercizio dialettico ad impegno fattivo e praticato sul campo; dobbiamo interrompere, anzi invertire, quel flusso di rapporti fatto di ammiccamenti, favori, riguardi, assuefazione alla presenza; flusso di rapporti che in una sola parola si usa definire «rispetto». Perché le organizzazioni criminali a precipua connotazione consociativa (camorra, ‘ndrangheta, sacra corona unita, mafia) traggono alimento ed esercitano potere, più che in rapporto alla violenza, che pur massicciamente e drammaticamente praticano, essenzialmente per il loro «speciale» rapporto con il territorio. Un rapporto stretto, intenso, insostituibile per quello che è il vero discriminante fra questi fenomeni e le altre manifestazioni di illegalità che coesistono, si sviluppano, ma in nessun caso assurgono, né aspirano al rango di «sistemi criminali»; e cioè, il ruolo che queste organizzazioni (e mi riferisco ad ognuno degli associati, dal più «umile» gregario al più «riverito» boss) ricoprono nella società, intesa nel suo complesso e pertanto estesa al mondo delle istituzioni, a quello della politica, a quello dell’economia e del lavoro, alla cosiddetta «società civile» pur con i necessari distinguo per non correre il rischio, con una ingiusta generalizzazione, di sollevare il classico polverone.

Dobbiamo pertanto smetterla di trattare con «rispetto» la ‘ndrangheta e gli ‘ndranghetisti, ed allora di questo cancro malefico rimarranno le sole attività illegali.

A questo compito è chiamato ciascuno di noi, singoli cittadini e la cosiddetta classe dirigente, tutta intera e nel suo significato più ampio. A non riconoscere più, mai più in nessuna circostanza e per nessun motivo, il ruolo di interlocutore a chi da questo riconoscimento trae lo status di «uomo di rispetto».

Lo Stato fa la sua parte, trattando legislativamente ed operativamente gli «affibbiati» per quello che realmente sono, con provvedimenti di fondamentale importanza (art. 41 bis, ad esempio) e con quelle operazioni (vedi Rinascita Scott) che fino a pochi anni addietro sembravano inimmaginabili, togliendo, una volta per tutte, quell’alone di “intoccabilità” di cui la ‘ndrangheta finora si era nutrito.

Spetta a noi fare la nostra parte, con azioni, atti, fatti. Al di là delle parole, oltre.